Misa Campesina

Il 19 di luglio del 1979 trionfa la Rivoluzione Sandinista e per il Nicaragua ” el amancer dejo de ser una tentaciòn” (l’alba non è una tentazione). Due giorni prima, l’ultimo dei tiranni della dinastia dei Somoza che ha governato con ferocia sanguinaria il Paese per decenni, è fuggito all’estero.

Il primo atto politico è l’abolizione della pena di morte; il primo passo economico è segnato dalla Riforma Agraria, con la confisca delle terre oziose e la consegna di diritti di proprietà ai contadini.

Ma la più grande rivoluzione è sul piano sociale: per sei mesi le scuole chiudono e gli studenti si spostano dalle città alle campagne per insegnare a leggere e a scrivere a chi fino ad allora era stato negato quell’elementare diritto; l’analfabetismo si riduce rapidamente dal 52% al 13%. Il diritto alla salute si afferma per tutti, con l’istituzione del nuovo Sistema Sanitario Nazionale, che porta cure e prevenzione per tutti in luoghi dove mai prima di allora era arrivato un medico.

Giovani di tutto il mondo, allora solidamente diviso tra “Est” ed “Ovest”, convergono a migliaia per sostenere con il loro entusiasmo, le loro speranze, le loro professionalità quel progetto straordinario: culture, fedi, esperienze diverse fuse nel comune ideale per un mondo più giusto. 

 Oggi il Nicaragua è tornato ad essere un Paese senza  speranza. La corruzione e l’arroganza del potere—nemmeno le elezioni garantiscono la “santità” - son tornati a governare questo Paese, nuovamente “patio trasero” (cortile posteriore) del grande vicino del Nord. E intanto il 70% dei nicaraguesi vivono in condizioni di povertà e più di un quinto della popolazione sopravvive con meno di un dollaro al giorno.

Anche in Italia la  legge che regola la cooperazione allo sviluppo e che si ispira a ideali di solidarietà e giustizia sociale “è tradita dalla fiera degli interessi” facilitata da coloro cui alla Farnesina è stata affidata la responsabilità della gestione degli aiuti internazionali. L’intervento della magistratura non riesce a rimettere le cose a posto e il tempo manda in soffitta anche i 44 rinvii a giudizio dell’inchiesta sulla “malacooperazione” . Nonostante gli ostacoli, la tenacia e la professionalità di molti operatori consente di realizzare progetti dai risultati a volte esaltanti. Al Ministero degli Esteri, l’arroganza e i personalissimi interessi di chi comanda frustrano l’impegno di quanti anche da quegli uffici continuano a dare il meglio di se per offrire una prospettiva di vita  a chi nel Sud del mondo soffre e muore. La scena è deprimente e si vorrebbe che il sipario si chiudesse come velo pietoso sul disastro prodotto in questi ultimi tre anni dai burocrati alla direzione della Cooperazione Italiana allo Sviluppo, scelti da sinistra e promossi da destra.

Ma anche per la Cooperazione “un futuro diverso è possibile”. E’ il canto finale della “Misa Campesina” a riaccendere i cuori e riunire le speranze di quanti non sanno che il proprio compito non si è esaurito e che non bisogna perdere di vista il progetto, quell’orizzonte, che pur allontanandosi da ogni passo ci sollecita ad andare avanti.

 

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